La terza edizione del Al-Nahi film festival tenutosi a Karbala (Iraq) tra l’1 e 5 aprile 2017, ha visto oltre 92 cortometraggi in gara provenienti da più di 25 paesi nelle categorie di fiction, documentari ed una ricchissima sezione dedicata all’ animazione.

dsc_0104

Il Festival è organizzato dal Karbala Satellite Channels Group ed è il secondo anno per la Baburka in loco, grazie ad Ali Kareem, regista con cui la nostra produzione lavora ormai da diversi anni, nonché una delle promesse del nuovo cinema iracheno. Alla scorsa edizione eravamo presenti con il suo “Hassan in Wonderland” (link all’articolo della Baburka “Alì Kareem candidato nella sua città al Karbala Film Festival”) mentre quest’anno abbiamo presenziato non solo in veste di produttori, ma anche all’insegna della formazione, con delle piccole dimostrazioni di Make-up ed Effetti Speciali.

Gli ospiti presenti all’evento provenienti da ogni angolo della terra hanno rappresentato perfettamente l’internazionalità a cui il festival sta puntando e a cui il cinema iracheno, in rapida, crescita vuole aspirare.

Molte le tematiche affrontate nei cortometraggi, senz’altro preponderante il tema della diversità come motivo di valorizzazione delle singole specificità; dai cortometraggi in gara si evince perfettamente l’obiettivo del festival, ossia la diffusione di un messaggio umanitario di mutuo rispetto e denuncia per le ingiustizie della società contemporanea, attraverso il linguaggio sovranazionale dell’immagine.

Grandi protagonisti dei corti sono stati i bambini, portavoce di verità non dette e rappresentanti di quell’innocenza che dà speranza in un futuro diverso, messaggio universale e urgenza per un paese come l’Iraq che tanto ha sofferto negli ultimi decenni e che i registi non hanno paura di raccontare a voce alta. Come in Ants Appartment (Tofigh Amani, Iraq) corto di denuncia del genocidio dei Curdi iracheni che crea brillantemente un ponte fra il terribile accaduto ed oggi attraverso gli occhi delle formiche che abitano il luogo della tragedia.

O in Sheikh Noel (Saad Al-Issami, Iraq) in cui attraverso la storia di finzione del nonno Shaikh Omar, che si traveste con un costume arrangiato da babbo natale per portare un po’ di euforia agli amichetti di suo nipote del campo profughi cristiano, vengono raccontate le diversità religiose e la lotta costante contro gli estremisti.

Degno di nota anche Dna (Wathab M. Al-Sigar, Iraq) che ci racconta il dramma del riconoscimento delle vittime di guerra ed esplosioni, riconoscibili solo attraverso il test del DNA e infine rimarcabile anche The Violet (Baquir Al Rubaiee, Iraq) in cui attraverso gli occhi di due bambini, nascosti da mantelli invisibili, siamo trasportati sulle linea del fronte di combattimento.

Anche da Mona Al Ahahi (Iran), vincitrice della sezione d’ animazione, sono affrontati senza paura i temi della guerra e degli armamenti con The Little Boy, in cui la giovane regista ci racconta la storia di un bambino che decide di completare un suo disegno, nonostante i soldati abbiano ordinano di lasciare la città in guerra, e di cui tristemente entrerà a fare parte integrante.

All’interno della rassegna sono perciò affrontate e sviscerate tematiche di cui si ha spesso paura di parlare, e per di più da parte di registi che ne sentono il peso quotidianamente e l’urgenza di raccontarle, anche attraverso storie astratte e spesso con incredibile crudezza, rendendo agli occhi dello spettatore il terribile senso di normalità di un qualcosa che non dovrebbe mai esserlo.

Tutto questo porta alla necessaria autoanalisi da parte dello spettatore dei comportamenti conseguenti alle sfaccettature dovute anche alla rapida evoluzione globale di tutte le nostre società che sono imprescindibilmente connesse.

La ciclicità della degenerazione di comportamenti umani, quale la dittatura, è ben rappresentata dalle dinamiche di gruppo di una comitiva di ragazzini in The Boss (Zughar H Ahmad, Iraq), o la difficile lotta interiore fra chi si è e chi si dovrebbe essere, per la società in cui viviamo, in Don’t Look Into the Mirror (Farhad Ghulamian, Iran) in cui la duplicità delle facce che si è costretti ad indossare nella quotidianità sono concretamente affrontate con un operazione chirurgica.

La sensazione di disarmante impotenza di fronte a degli avvenimenti non generati dalla propria volontà è tematica invece ben chiara in Kasco (Mojtaba Ghasemi, Iran) in cui il protagonista è letteralmente spettatore silente del suo ingiusto destino.

E di nuovo attraverso l’innocenza infantile come lente sul mondo, con Blue Eyed Boy (Masoud Soheli, Iran) ci è mostrato un universo totalmente in blu, attraverso gli occhi di un bambino che è in grado di carpirne le infinite sfumature, cosa che sfugge alla sua famiglia, che infatti lo costringerà all’omologazione di una visione collettiva in bianco e nero.

Fra i molti spunti di riflessione è spesso ribadita l’importanza e la necessità della pluralità dei punti di vista e di opinioni, che troviamo simpaticamente rappresentata in diversi lavori di animazione come il corto di Aroop Dowevidi (India), Semiotics, in cui si denuncia la superficialità di giudizio nei confronti di terzi in base al loro aspetto, o il loro fraintendimento e degenerazione in Angle (Khalid al Bayati, Iraq) che ci porta, attraverso i suoi disegni, in un viaggio all’interno del processo di sviluppo di due opposte fazioni che vanno a scontrarsi violentemente, ma che in realtà si sono generate semplicemente dalla visione da due diverse angolazioni di uno stesso concetto.

Continuando all’interno di questo viaggio di analisi su grandi tematiche la natura umana non poteva non essere messa in campo e nonostante le molte sfaccettature che questa possa avere, ma volte è il lato oscuro a trionfare, come in Arkhe  (Batuhan Koksal, Turchia), che ci mostrata un futuro distopico abitato da degli spiriti luminosi che si fanno umani con dei resti che li rendono corpi solidi. E’ però l’umanizzazione a corrompere la loro luce fino a portarli ad essere sovrastati completamente dall’oscurità.

Nonostante tutto in definitiva è il messaggio di speranza a trionfare e a spingerci a voler continuare a credere nelle qualità positive dell’essere umano, nella sua forza di resistere e rigenerarsi nonostante le atrocità che continuano a compiere alcuni dei suoi simili. Di nuovo dagli occhi di un bambino, in The Surviver (Ahmed Mokari, Iran), si sottolinea l’importanza della potenzialità di ricostruzione intrinseca nell’essere umano per generare una nuova fioritura della vita dopo i devastanti effetti della guerra.

Concludiamo la carrellata sui corti citando la metafora di sopravvivenza che la formica protagonista di Save (Amirali Mirderikvand Iran) ci mostra dandoci speranza di come possa sempre esserci una via di fuga. (link corto https://vimeo.com/201061382).

In conclusione, siamo felici di poter dire che, come lo scorso anno, l’organizzazione del Festival ha permesso a registi e autori di confrontarsi sullo stato del cinema iracheno, mediorientale e a livello generale.

L’impronta indipendente della stragrande maggioranza delle produzioni presentate ha messo in rilievo un sottobosco di giovani autori locali intenzionati a portare alla luce non solo il loro mondo, spesso dimenticato o rinchiuso in un immaginario di guerra e disperazione, ma anche e soprattutto la loro visione di esso. Uno sguardo scevro dalle idiosincrasie occidentali e molto più a contatto con l’essere umano al suo stato più genuino di quanto l’arte europea abbia dimostrato di essere negli ultimi anni.

E’ importante condividere riflessioni su esperienze come questa poiché fonte d’ispirazione e sono proprio queste uniche occasioni di confronto con esponenti attivi del cinema indipendente internazionale che ci confermano che tutto il nostro mondo a livello globale condivide le stesse problematiche: dai finanziamenti alla distribuzione. Il dibattito con realtà apparentemente lontane può portare a delle possibili soluzioni condivise future molto più efficaci di quelle che un solo panorama nazionale potrebbe offrire, mostrandoci ancora più chiaramente che siamo noi stessi a rappresentare un enorme possibile pubblico e che uniti rappresentiamo un mercato alternativo concreto sia a livello culturale che economico.

 

Giulia Giorgi