Il trentaseiesimo passaggio ad un festival internazionale di “Hassan in Wonderland“, cortometraggio diretto dal regista iracheno Alì Kareem e distribuito dalla Baburka Production, non poteva essere più appropriato che al “Festival International du Film Arabe de Gabes” in Tunisia. La Baburka Production, nella persona di Giulia Giorgi, ha rappresentato sia il regista Alì Kareem che la casa co-produttrice Asafir; di seguito il suo resoconto sul festival e in particolare un approfondimento circa uno dei temi fondanti di questa edizione del FIFAG, ovvero lo stato del cinema arabo post primavera araba.
Il Festival è stato organizzato nella città di Gabes da Mahmoud Jemni che, spinto dalla forte volontà di “contribuire all’edificazione culturale del sud della Tunisia”, ha coinvolto mecenati, uomini d’affari originari di Gabes e tanti altri supporter che hanno sposato la causa, riuscendo poi ad attrarre partecipanti di tutte le età, con particolare attenzione ai giovani.
Scrive Hend Sabri, presidente onorario del festival, in apertura del catalogo “Questo festival non riuscirà senza il vostro sostegno e la vostra convinzione nell’importanza della cultura e dell’arte contro l’ignoranza e l’estremismo“.
Tre nuove sezioni rispetto allo scorso anno, oltre ai cortometraggi e i lungometraggi: Film delle Scuole, lezioni di cinema in Licei e Università della zona; Sguardi Esterni, quest’anno dedicata al cinema giapponese, e Sguardi da Fuori, uno specchio esterno sul mondo arabo. Molti gli ospiti presenti da tutto il mondo arabo e un programma davvero ricco con cortometraggi, documentari e lungometraggi di incredibile attualità.

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L’articolo di questa settimana, però, non vuole essere solo una breve summa del festival ma anche riportare alcuni punti della tavola rotonda sullo stato del cinema arabo post rivoluzione, che si apre con un grande quesito: cosa significa cinema arabo?
Ospiti del dibattito principale: Hedi Khalil (universitario e critico tunisino), Mohamed Bouayadi (critico marocchino), Walid Chmait (universitario e critico libanese), Wejden Aidoudi (dottoranda tunisina), Michel Serceau (universitario e critico francese) e Kamel Ben Ouanès (universitatio e critico tunisino).
La primavera araba è stata un momento determinante nella storia recente del mondo arabo. Inevitabile quindi che l’artista arabo si trovi oggi a fronteggiare un nuovo contesto socio- politico e infatti le rivoluzioni arabe sono coincise con un forte aumento di produzioni cinematografiche. Questo cinema si definisce per alcuni tratti caratteristici:
-Soggetti tematici correlati con i molteplici mutamenti che attraversano le società arabe: testimoniare e denunciare per rendere il cinema parte attiva del dibattito politico/ sociale;
-Ricerca di nuovi modelli estetici e formali che siano adatti alla complessità del nuovo contesto;
-Affrancamento dalle classiche regole  produttive per volgersi verso nuove modalità più flessibili di produzione e di distribuzione.
Prima fra tutte le domande è la definizione di cinema arabo. Come può un mondo così poliedrico, dalle storie ai dialetti così diversi fino alle minoranze più differenti come i curdi e i berberi, essere inquadrato in un solo stile? Tante particolarità e minoranze che in ogni paese coabitano e che necessitano di una loro espressione, come ad esempio il cinema napoletano in Italia o quello catalano in Spagna, possono comunque rimanere parte della macro-categoria del “cinema arabo”?
Come si categorizza un film arabo? Data la grande interazione con produzioni internazionali, è l’autore, la lingua, il luogo in cui è girato a definirlo? E i registi della diaspora? E registi arabi che girano all’estero?
Legalmente la nazionalità di un film deriva da chi lo produce, ma questo non basta come risposta a un interrogativo molto più complesso.
La questione è però dibattuta considerando che per alcuni sia imprescindibile l’alchimia tra un’opera d’arte e il momento e il luogo in cui viene creata: l’opera d’arte è prigioniera del tempo e dello spazio, a cui riesce parzialmente a sfuggire qualora tratti di archetipi umani, come ad esempio il “Don Chisciotte”, opera che è riuscita per questo a liberarsi dalla pesantezza temporale ed è caratterizzata dal dinamismo che rappresenta l’umanità intera.
Tuttavia il film, più che il romanzo, rappresenta una testimonianza per le generazioni future e non solo: è un’importante testimonianza per coloro che non sono presenti in un determinato luogo, ma che sono consapevoli della necessità della conoscenza reciproca.
Come trasmettere dunque la nozione di “mondo arabo” senza incapsularlo in una precisa collocazione storico geografica?
Nel dibattito viene quindi introdotto il concetto di “non luogo“, dando così una forma visiva al nuovo assetto politico con un cinema arabo che non si focalizza più sul tempo e sul luogo, sui luoghi del tempo, i cronotopi, ma solo sui personaggi.
Una volontà traspare certa: l’arte deve essere prodotta per porre domande nel suo spettatore e non per instillare dei concetti assoluti ed ecco perché ai suddetti quesiti non c’è una risposta. Per alimentare la democrazia è necessario nutrire lo spirito critico.
Quello che possiamo dedurre è che dopo la rivoluzione è avvenuta una mutazione nella ricerca dei modelli da parte dei cineasti arabi: se prima dominavano i modelli esteri (Europa, Egitto) ora aumentano le scuole di settore in loco, portando alla nascita di tanti nuovi cineasti nazionali che vogliono definire uno stile proprio.
Parlando della crescente ricerca della propria identità da parte degli autori locali, Mohamed Bouayidi propone il concetto “Be local think global“: decriptare il proprio immaginario del patrimonio locale, partendo così dal proprio microcosmo per imporsi sull’immaginario internazionale con un’immagine originale e innovativa.
Ci sarebbero ancora moltissime cose da riportare, dibattiti e proiezioni che hanno realmente dato vita a un festival straordinario, una manifestazione che ha portato aria di internazionalità e allo stesso tempo di comunione e che è riuscita ad associare arte e sociologia.
Siamo davvero onorati di aver partecipato all’ evento e di aver portato “Hassan in Wonderland”, che si è tra l’altro aggiudicato ben due premi come “Miglior Cortometraggio” e “Miglior Film per il pubblico”.
Speriamo di poter tornare l’anno prossimo e constatare come questo evento sia riuscito ad influire sulla vita culturale di Gabes.