In contemporanea al festival del cinema di Roma la Roma-Lazio film commission ha organizzato nella splendida sede del consolato argentino di Via veneto, un Cinecampus ( dal 16 al 22 ottobre) con una serie di incontri con affermate personalità del cinema italiano e internazionale. Gli incontri, a numero chiuso, strutturati come piacevoli chiaccherate, hanno avuto lo scopo di confrontare i giovani addetti ai lavori con chi da decenni lavora nel settore. Noi della Baburka c’eravamo e vi proporremo i momenti più importanti, significativi e interessanti di questi incontri.

cine

16/10: Paul Haggis.

Sceneggiatore e regista, premio oscar, ma soprattutto persona di una straordinaria sensibilià artistica.

L’incontro comincia con alcune scene tratte dal film “ The next three days” scritto e diretto dallo stesso Haggis: quanto il Paul sceneggiatore ha scritto questa scena per il Paul regista?
Secondo Haggis la parte più importante per un film è la sceneggiatura,che lui equipara al lavoro dell’architetto,ovvero all’ideatore, mentre il regista è il costruttore materiale del progetto mentre gli attori sono i mattoni.
Ci confessa che questo concetto gli è apparso chiaro quando ha dovuto dirigere uno sceneggiato scritto da Neil Simon e si è trovato ad agire come costruttore.
Per un regista, una cosa fondamentale, ma difficile e faticosa da imparare è l’umiltà nell’ammettere che l’universo,ovvero il mondo in cui il film è ambientato, non lo ha creato lui, ma lo sceneggiatore e per tanto deve rispettarlo. Meno poetico ma altrettanto cruciale per un regista è capire come poter ottenere il miglior risultato possibile in caso di limitazioni al budget.
Nelle scene viste all’inizio dell’incontro ad esempio, la sceneggiatura prevedeva che la polizia effettuasse una perquisizione su un aereo ma il budget non lo permetteva per cui si sono trovate soluzioni alternative e grazie ad un incalzante montaggio alternato si è comunque riusciti a conservare la suspense originale.
A chi gli chiede quali sono i suoi riferimenti e il suo metodo per scrivere una sceneggiatura Haggis risponde che tutto sta nel trovare la domanda giusta, il motore emotivo che possa muovere l’azione e quindi il film. Nel caso di “The next three days” ad esempio, l’ispirazione è arrivata da un film francese, dalla trama simile, possiamo quasi parlare di una sorta di remake, ma quello che ha portato Haggis a scegliere proprio questo film è stato il non trovare nell’originale le domande giuste per muovere l’animo dei personaggi e soprattutto risposte per lui soddisfacenti. “Quanto siamo disposti a spingersi oltre per amore?”, per Paul questa domanda è fin troppo semplice, voleva scavare di più; “Cosa accadrebbe se la persona che amiamo ammettesse di essere colpevole e noi volessimo aiutarla rendendoci complici a nostra volta?” E ancora “ E’ possibile credere in qualcuno che non crede più in se stesso? ”
Rendersi complici di un crimine per aiutare chi si ama ci porta irrimediabilmente a cambiare noi stessi per poter essere in grado di fare una tale gesto. “E allora la persona che fino a quel momento ci ha amato ci amerà ancora?”
All’inizio il protagonista (Russel Crowe) è un marito affettuoso e un ottimo padre ma per salvare dal carcere la moglie comincia la sua discesa agli inferi.Tutto ciò che fa lo fa per riunire la famiglia, ma ad un certo punto è costretto a scegliere tra la maglie ed il figlio: sceglie la moglie, con la promessa che farà di tutto per riprendere il figlio. Ma la sofferenza della moglie lontana dal figlio rende vano il suo tentativo per farla evadere dalla prigione.
Ecco è questo il momento in cui lo sceneggiatore e regista sa di essere sulla strada giusta: il momento della scelta morale. Della scelta critica.

Il secondo film diretto da Haggis ha una storia particolare. Pochi mesi dopo l’uscita di “Crash“, gli stati uniti entrarono in guerra; Paul è un attivista contrario alla guerra e partecipa a molte manifestazioni, ma quello che può realmente fare per opporsi è un film, un film che racchiuda le proprie motivazioni antibelliche. Ma il modo in cui lo fa non è quello di una aperta dichiarazione, il suo protagonista non è un attivista pacifista, anzi al contrario, e forse sta proprio qui la profonda sensibilità dello sceneggiatore: “ Io non scrivo mai personaggi che mi rispecchiano, non sarebbero interessanti. Cerco sempre soggetti con cui sarei fortemente in disaccordo o che abbiano caratteristiche umane che io temo di scoprire in me stesso”.
In “ Nella valle di Elah”, Haggis ci mostra il mondo attraverso gli occhi di qualcuno con cui lui non condivide nulla: è la storia di un ex militare dell’esercito americano che va alla ricerca dell’assassino di suo figlio. L’uomo fa di tutto per avere delle risposte, credendo di sapere più degli altri e di avere la ragione dalla sua parte, peccando di orgoglio. Difetto questo di cui lo stesso Haggis si sente portatore. Il protagonista è un uomo accecato dall’orgoglio incapace di accettare la verità nonostante sia davanti ai suoi occhi. Giunto alla fine della sua ricerca si rende conto che in realtà molta della responsabilità per la morte del figlio è proprio sua. Così il film, che parte come un classico giallo si rivela un “ giallo morale”.

Uno dei maggiori successi di Haggis è la sceneggiatura di “Million dollar baby” e la prima cosa che viene da chiedergli è il suo rapporto con Clint Eastwood,sorride come di chi la sa lunga, poi si forza di tornare serio, non ce la fa e allora ce la racconta così: “Stavo lavorando ad uno sceneggiato per la tv che avevo scritto e stavo dirigendo, quando gli studios mi hanno licenziato a causa di una serie di liti con l’attrice protagonista che non voleva lavorare oltre le sei del pomeriggio. Allora ho piantato tutto e ho deciso di prendermi il rischio e scrivere Million Dollar baby. Tutte le mie conoscenze tra i produttori hanno apprezzato moltissimo la sceneggiatura, ma tutti hanno risposto che non avrebbe mai funzionato, per via delle tematiche affrontate. Nessuno voleva rischiare. Al tempo ero ancora sposato con quella che poi è diventata la mia ex moglie, la mia miglior amica e la mia più onesta critica, e mi suggerì di tornare al progetto di Crash, e lasciar perdere la donna pugile per un po’. Scrissi la sceneggiatura di Crash in poche settimane, ma il risultato tra i produttori fu lo stesso. Dopo molte ricerche riuscii a trovare qualcuno che fosse interessato a Crash e cominciai i casting.
Stavo girando Crash da due settimane quando il mio socio mi suggerì di inviare la sceneggiatura di “Million Dollar Baby” a Clint Eastwood, gliela inviai, ma non gli dissi che volevo dirigerlo io. Dopo qualche tempo Eastwood mi contattò entusiasta, voleva dirigerlo lui! No, era il mio film, volevo dirigerlo io! Ma il mio socio mi fece capire che se lo avesse fatto Eastwood sarebbe stata la svolta della mia carriera; accettai e gli chiesi un incontro almeno per discutere delle modifiche da apportare alla sceneggiatura, ma a lui piaceva così, non volle cambiare niente e a me piacque molto questa sua scelta!
Successivamente ho scritto altre due sceneggiature per lui e non ha mai cambiato nulla.”

“Quando si ha per le mani una sceneggiatura valida va rispettata, ma allora stesso modo se il regista a idee migliori dello sceneggiatore, questo deve mettere da parte l’orgoglio per amore del film. Lo stesso vale nel rapporto con gli attori. Qualunque sia il nostro ruolo bisogna saper ascoltare e capire quando possiamo dire si oppure no, indipendentemente dal nostro ego.” Umiltà e consapevolezza. Sono questi per i Haggis i pilastri fondanti del suo mestiere.

L’idea di “Million Dollar Baby” nasce da una serie di racconti scritta da un manager di pugili. Haggis ha impiegato molto tempo a scriverlo, poichè aveva la necessità di trovare una voce narrante che però non mettesse troppa distanza tra il pubblico e i personaggi.”Credo che un film debba essere un opera più emotiva che intellettuale”: è questo il motivo per cui ha creato il personaggio di Morgan Freeman.
Per portare avanti una sceneggiatura, non bisogna mai smettere di farsi domande, e mai scartare quelle che potrebbero essere azioni umane incomprensibili, perché la natura umana ne compie continuamente, “Siamo meravigliosamente contraddittori”. Il personaggio di Eastwood trova la sua alienazione nello scrivere lettere alla figlia (che non vedremo mai) che lei non solo non legge ma che rimanda al mittente. Ecco lo spunto per la voce narrante di Morgan Freeman: attraverso la narrazione di questa storia, l’ex pugile, vuole far capire a questa figlia fantasma chi fosse veramente il padre. Non ci è dato di sapere perché i rapporti tra padre figlia si siano interrotti, ne da quanto, ma è chiaro che è questa l’origine dell’alienazione del personaggio.
Non è difficile quindi intuire l’identificazione che l’allenatore fa tra tra figlia assente e la giovane pugile ( Hilary Swank), ma per Haggis questo non basta, questo è troppo facile, ha bisogno di trovare l’impasse morale, deve arrivare alla scelta critica, al bivio della coscienza umana.
L’allenatore è un praticante e credente cattolico ( anche se se il credo per pura fede non gli appartiene e tormenta di domande il prete) e quando la ragazza gli chiede di aiutarla a morire l’uomo affronta la scelta più difficile della sua vita. Farlo significherebbe contravvenire alle leggi di Dio, perdere la sua anima immortale, non farlo sarebbe condannare ad una vita di immane sofferenza l’unica ragione che ancora lo spinge a vivere. Questa, secondo Haggis, è una vera storia d’amore.

Davanti a personaggi così intensi, come affronta Haggis gli attori?
Ci dice che ama lasciarli improvvisare, perché sa benissimo che può essergli sfuggita qualche sfumatura del personaggio e che ogni attore può arricchire con qualcosa di personale. Spesso però davanti ad una solida sceneggiatura questa possibilità non viene sfruttata a pieno.

Fino qui il lavoro dello sceneggiatore e del regista appare pieno di passione, creativo, profondo, ma tutto questo poi si scontra inevitabilmente con gli interessi dei produttori e le regole dello show businnes. Reperire i fondi per girare un film richiede investimenti notevoli da parte degli investitori che devono avere una garanzia di rientro del loro denaro, e i nomi degli attori sono la migliore garanzia. In America esiste una sorta di classifica degli attori, una divisione in fasce ordinate alfabeticamente: gli attori di fascia A+ sono i più quotati, quelli che garantiscono un maggior richiamo di pubblico e quindi una garanzia di rientro economico. Sono questi i compromessi a cui bisogna scendere per veder realizzato il proprio film, e spesso l’attore più quotato non è per forza il più adatto al ruolo o quello con cui il regista si trova più in sintonia. Higgins cerca di mantenere fin dove possibile una certa libertà di scelta, soprattutto per quanto riguarda i ruoli comprimari. Molti attori da lui scelti infatti, prima erano poco noti e adesso sono diventati molto quotati.

Tornando alla sceneggiatura gli chiediamo come fa a sapere quando il suo lavoro è buono. Ci confessa di avere due persone,la cui opinione tiene molto in considerazione: il suo socio e la sua ex moglie.
Spesso le loro opinioni sono discordanti,critiche; lui riflette sempre nel modo più onesto possibile per capire se veramente c’è qualcosa da cambiare o se seguire la propria strada: “La mia ex moglie non mi ha rivolto parola per settimane quando ha letto il finale di “Million dollar baby”. Ma come artisti noi non siamo chiamati ad essere famosi, ma a creare, perché è quello che amiamo”.
Lo scontro tra il successo commerciale e la propria identità artistica è sempre in corso. Bisogna sempre chiedersi come ci sentiremo alla fine di ogni percorso che vogliamo intraprendere. “ Non c’è niente di male o di degradante nel fare un film commerciale, purchè si riesca sempre a trasmettere curiosità e interesse non solo al pubblico ma anche agli attori stessi. Più infatti un ruolo sarà interessante maggiori saranno i nomi in lizza per il ruolo”
Al momento, ci confessa Paul, sta scrivendo un film commerciale, per un altro regista, lavoro che lo impegnerà per i prossimi due anni. La cosa importante è sempre chiedersi? Vale la pena dare tempo della mia vita per questo? Se ci diamo una risposta onesta, sarà la scelta migliore.
A tal proposito ci fa l’esempio di “Third Person”.
“ Sapevo che questo film non sarebbe piaciuto, ma era importante per me e per la mia vita, per questo gli ho dedicato cinque anni”
E’ chiaro che sia fondamentale capire dove sta il confine tra i lavori che sono importanti per noi stessi, per la propria anima e per le proprie idee e quelli che sono per scopo commerciale e sui quali vale la pena investire del tempo.

In tutti suoi film la colonna sonora è un aspetto fondamentale, Haggis lavora a stretto contatto con i musicisti, comunicandogli ciò che prova, ciò che sente dentro, chiedendo di interpretare musicalmente l’anima del personaggio. Per questo motivo spesso la colonna sonora è straniante rispetto alla pura azione, perché non segue l’azione ma il moto emotivo del personaggio.
In pratica in una scena d’azione concitata non è detto che il ritmo sia incalzante, può essere benissimo un brano lirico, arioso e trionfale se il personaggio è giunto alla fine del suo percorso.

Il rapporto di Haggis con la macchina da presa è molto intimo, sa benissimo che la scelta di obbiettivo rispetto ad un altro può incidere sul senso della scena per cui sceglie accuratamente i mezzi tecnici e il punto di vista, che lui ama sporcare con movimenti non precisi, quinte di oggetti e passaggi di persone, perché lo rendono realistico, pongono lo spettatore in mezzo all’azione.

Conclude questo incontro con un consiglio, qualcosa che dice aver imparato sulla propria pelle:
“E’ fondamentale conoscere molto bene le regole della scrittura e della regia,e rispettarle, anche quando ci sembra di non essere creativi, di essere omologati. E’ l’unico modo per poterle poi infrangere con coscienza e consapevolezza, l’unica strada per creare qualcosa di personale”.