Non sarà passato inosservato il fatto che, negli ultimi anni, il cinema, in particolar modo quello americano, abbia messo l’acceleratore su una serie di pratiche già da tempo esplorate dalle grandi case di produzione statunitensi: il remakee e il sequel (spesso a distanza di decenni), e i loro cugini più giovani: il prequel e il reboot.

Siamo da tempo consapevoli che, per venire incontro all’enorme domanda di contenuti che il mercato statunitense reclama, moltissimi film sono stati girati più di una volta. Esempi di questa pratica, non sempre nefasta, si possono trovare anche nel cinema classico, quando si potevano vedere diverse “versioni” dello stesso film, come per esempio quelli di Dracula, i tre moschettieri o di Tarzan, addirittura nello stesso anno. Ma se il cinema di genere, quasi inevitabilmente, è un riciclo di personaggi e situazioni pressoché infinito, la pratica del vero e proprio remake è diventata uno standard produttivo solo dalla metà degli anni novanta. Certo, alcuni contesteranno che è più che giusto rifare film che negli anni precedenti, per colpa dei mezzi tecnici ancora immaturi, potevano offrire allo spettatore poca soddisfazione visiva in rapporto al loro potenziale; stiamo ovviamente parlando di film come quelli sui supereroi, che hanno avuto un boom accostabile a quello degli effetti speciali digitali, facendo avvertire una specie di parallelismo tra l’aumento della tecnica digitale e il numero di titoli proposti al pubblico. Chi si permetterebbe mai di dire che gli originali film di Spiderman degli anni settanta, o i terrificanti film di Batman dello stesso decennio, fossero adatti a rappresentare l’immenso e dettagliatissimo universo narrativo che li ha generati e che è caro a milioni di persone nel mondo?

Il punto che vorremmo affrontare, però, è un altro. Negli ultimi anni è in atto un vero e proprio sciacallaggio da parte delle major americane: dai “Ghostbusters”, a “Trainspotting”, passando per i “Gremlings”, sembra non esista limite alla sete di titoli classici (per molti della nostra generazione) da rifare, allungare con improbabili sequel o prequel e, inevitabilmente, dissacrare. Perché la verità è che se per figure iconiche e universali, come Batman o Superman, la quantità di film possibili rasenta l’infinito (anche grazie alle moltissime linee narrative che il loro background fumettistico fornisce) per film quali i “Blues Brothers” o “Indiana Jones”, che hanno a modo loro fatto epoca, un sequel è un vero e proprio atto sacrilego. I risultati di queste operazioni, anche se supportate dalla presenza di qualche membro del cast originale, non hanno per adesso mai (e dico mai) portato a risultati anche lontanamente accostabili a quelli dei prodotti originali. Non ci vogliamo dilungare sulla critica (che risulterebbe inevitabilmente spietata) di questi prodotti, ma ci piacerebbe fare una breve riflessione sulla motivazione dietro a queste scelte produttive.

Il cinema Americano è senza idee? Non è un pensiero nuovo, ne siamo consapevoli, ma la quantità di titoli che ogni anno vengono annunciati, da “Ben Hur” a “La Casa”, ci fa dubitare che ci sia una vera e propria penuria di idee nuove. D’altronde, la motivazione economica non può essere l’unico motivo per cui non si vedono che una manciata di film statunitensi “originali” all’anno; la qualità degli sceneggiatori oltreoceano è comprovata da ottime sceneggiature, che spesso non vedono un altrettanto eccellente cast o, peggio ancora, un’eccellente distribuzione a supportarle. Sono quindi le idee a mancare? Certo, con Tarantino uno potrebbe dire che “essendo già stato detto tutto, in termini cinematografici, l’unica cosa che resta da fare è rubare ai grandi classici”. Solo che Tarantino poi confeziona film che sono la quint’essenza dell’originalità (benché non abbiano una singola inquadratura “originale”), mentre la pratica di ripescare titoli di successo, riadattare la sceneggiatura ai giorni nostri, schiaffare un volto noto al posto dell’amato protagonista originale e rivendere il tutto come successo garantito non ha sicuramente prodotto lo stesso risultato.

Potremmo presumere che non è il cinema a non avere idee nuove, ma il pubblico: stanco di dover scegliere ogni secondo della vita prodotti audiovisivi di ogni tipo (da cui è circondato), trova sicurezza e conforto nell’idea di ri-vedere un film che già sa gli piacerà (perché gli è piaciuto l’originale/prequel etc.). Il mercato genera e alimenta la richiesta, certamente, ma ne segue anche i trend, per cui se queste pratiche sono sempre più utilizzate dovremmo iniziare a domandarci se non siamo noi (il pubblico) a preferire un titolo che richiami la sicurezza di ri-vedere qualcosa già conosciuto.

Insomma, forse non è il cinema ad essere senza più idee, ma noi stessi.